Santa Flavia non dimentica l’eccidio delle foibe: la storia di un massacro e il silenzio del dopoguerra

Foibe

“Volevamo solo essere Italiani” Il 10 febbraio segna il momento della verità su una delle vicende più violente della storia italiana. Lo sterminio sistematico nelle foibe e il successivo esilio forzato di migliaia di cittadini dal confine orientale. Parlare di foibe oggi significa guardare ai fatti nudi e crudi. migliaia di persone, tra cui non solo militari, ma anche civili, donne e anziani, furono catturate, torturate e gettate vive o morte nelle cavità carsiche dalle milizie jugoslave.

Non fu un semplice effetto collaterale della guerra, ma una precisa operazione di eliminazione fisica di chiunque rappresentasse l’Italia in Istria, Fiume e Dalmazia. Per decenni questa realtà è stata nascosta sotto un tappeto di convenienza politica, rendendo oggi necessario un resoconto che non lasci spazio a interpretazioni di comodo.

​Le foibe non sono solo un concetto astratto, ma voragini naturali profonde centinaia di metri che divennero fosse comuni senza nome. La tecnica utilizzata per le esecuzioni era di una ferocia calcolata. Le vittime venivano legate tra loro ai polsi con il fil di ferro e condotte sull’orlo del precipizio.

Qui, i carnefici sparavano solo ai primi della fila, che cadendo trascinavano con sé nel buio anche gli altri, ancora vivi, destinati a morire di fame e stenti tra i cadaveri dei loro compagni.

Questa pratica non colpì solo esponenti del regime fascista, ma chiunque occupasse un ruolo nella società civile italiana come insegnanti, impiegati comunali, guardie forestali e sacerdoti. L’obiettivo era chiaro: decapitare la comunità italiana per rendere irreversibile l’annessione territoriale della Jugoslavia, eliminando fisicamente ogni possibile resistenza o memoria della presenza tricolore in quelle terre.

​L’esilio di massa e l’accoglienza ostile in una patria stremata

​Chi riuscì a sfuggire alla morte violenta nelle foibe si trovò davanti ad una scelta obbligata. restare e subire la persecuzione o abbandonare tutto. Fu così che circa 350.000 italiani dell’Istria e della Dalmazia intrapresero la via dell’esodo. Fu un movimento migratorio di massa che svuotò intere città, le persone caricarono quel poco che potevano su carri e navi, perdendo case, aziende e terreni.

L’aspetto più amaro di questa vicenda fu l’accoglienza che questi profughi ricevettero una volta giunti nel resto d’Italia. Invece di solidarietà, molti esuli trovarono pregiudizio e sospetto; in diverse città i treni carichi di profughi vennero presi a sassate o boicottati, etichettando ingiustamente queste vittime come “fascisti” o nemici del popolo.

Questo doppio trauma, la perdita della casa e il rifiuto da parte dei propri connazionali, ha segnato intere generazioni che per cinquant’anni hanno vissuto nell’ombra.

Oggi, stabilire i fatti storici è l’unico modo per dare un senso a questa ricorrenza e impedire che il negazionismo continui a inquinare il dibattito pubblico. Per troppo tempo i libri di testo hanno ignorato quello che accadde sul confine orientale nel 1943 e nel 1945, creando un buco nero nella memoria nazionale

È fondamentale che le istituzioni continuino a promuovere lo studio dei documenti e delle testimonianze per evitare che la tragedia delle foibe venga ridimensionata o giustificata come una semplice “vendetta” di guerra. La storia non può essere scritta solo dai vincitori, e il riconoscimento della sofferenza di migliaia di italiani è il punto di partenza per una coscienza civile matura.

Solo smettendo di nascondere la polvere sotto il tappeto si può onorare davvero chi ha pagato con la vita o con l’esilio la propria identità, garantendo che simili atrocità non vengano mai più declassate a eventi di serie B.

Il legame con il territorio: Il ricordo raccontato tra le pagine di Fabio Lo Bono

La tragedia delle Foibe e dell’esodo non è un evento confinato solo ai confini orientali, ma ha radici che arrivano fino al nostro territorio. Un contributo fondamentale alla memoria locale è offerto dallo scrittore termitano Fabio Lo Bono nel suo libro “Popolo in fuga”. Lo Bono documenta con precisione storica e umana il viaggio di chi, scappando da Fiume e dalla Dalmazia per sfuggire ai massacri, trovò rifugio proprio a Termini Imerese. Attraverso le pagine del libro, emerge una realtà poco nota: la nostra comunità accolse queste persone che avevano perso tutto, offrendo loro una nuova speranza. Citare l’opera di Lo Bono non è solo un omaggio a un autore del nostro territorio, ma un modo per ricordare che quella sofferenza è passata anche dalle nostre strade, rendendo la Storia con la “S” maiuscola un patrimonio condiviso e vicino a noi.

La memoria condivisa come pilastro di una nuova coscienza civile

​L’integrazione di questa vicenda storica all’interno del bagaglio culturale nazionale non deve essere vista come una concessione politica, ma come un atto di onestà intellettuale imprescindibile. Superare la logica delle “memorie divise” significa ammettere che il dolore non ha colore e che il massacro di migliaia di innocenti non può essere pesato sulla bilancia delle convenienze del momento.

Per decenni, il silenzio è stato una scelta deliberata, figlia di equilibri internazionali e di una rimozione collettiva che ha negato persino il lutto alle famiglie delle vittime.

Oggi, questo muro di indifferenza è stato in gran parte abbattuto, ma il lavoro di ricostruzione storica è tutt’altro che concluso. È necessario che i documenti d’archivio siano accessibili e che le scuole diventino il luogo primario dove i fatti vengono analizzati con rigore scientifico, sottraendo la tragedia delle foibe alla strumentalizzazione e restituendola alla verità.

​Il Giorno del Ricordo deve servire proprio a questo: a ribadire che la civiltà di un Paese si misura dalla sua capacità di guardare in faccia anche le proprie pagine più buie. Non si tratta di alimentare nuovi rancori verso i popoli vicini, con i quali oggi condividiamo un destino europeo comune, ma di riconoscere che la pace e la democrazia si fondano sulla giustizia.

Ignorare o minimizzare ciò che accadde tra il 1943 e il 1945 significherebbe accettare l’idea che esistano morti che valgono meno di altri. Solo attraverso una conoscenza approfondita e priva di filtri è possibile costruire gli anticorpi contro ogni forma di intolleranza etnica e nazionalismo violento.

Il dovere di ricordare non è dunque un esercizio rivolto al passato, ma un investimento sul presente, affinché il rispetto della dignità umana e dell’identità individuale diventi un valore non negoziabile, immune da qualsiasi giustificazione ideologica o politica.